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I vostri racconti
Una lettera ai miei nonni.
Di seguito il racconto pervenutoci dal lontano Brasile, dalla nipote di emigranti gemonesi di fine '800. Fa riflettere come una persona possa amare talmente le proprie radici da riuscire a far scrivere il proprio cuore.
Una lettera ai miei nonni:
Per i miei nonni Pietro e Anna,
Rivolgo il mio pensiero all'inizio di tutto... Ritorno al passato, mi immergo nei più profondi ricordi di famiglia e focalizzo il mio desiderio: mi rivolgo ai miei cari nonni, che non ho avuto il piacere di conoscere, ma che gli ringrazio per tutti i valori che porto con me e che indirettamente sono frutto di tanti insegnamenti che hanno trasferito a mio padre.
Purtroppo, non riesco più a sedermi sulle ginocchia del mio amato padre e chiedergli di raccontarmi delle storie che parlano un po' della sua cultura, della generosità del suo popolo, dell'orgoglio di essere italiani, questi immigrati che sono stati le braccia forti del lavoro nella costruzione del Brasile.
A voi, miei nonni, che avete lasciato l'Italia nel 1878,
per non tornare mai più...
È tardi, ho perso il sonno, ho bisogno di sedermi e
scrivere, lasciare che le parole germoglino dal mio cuore, come una valanga a
fine inverno... Queste parole si contorcono nella mia pancia e nel mio cervello,
soffocando i miei pensieri, devo raccontare i miei sentimenti, le mie paure, le
mie storie, i miei successi, i miei crolli, i miei dubbi e le mie certezze
attraverso questa lettera che è indirizzata ai cuori, perché la morte è solo
una breve separazione, dopo tutto, l'amore rimane in vita per sempre.
A voi, miei nonni, che avete viaggiato nella stiva di una nave sporca, che avete
perso i vostri cari e avete dovuto avere il coraggio di buttarli in alto mare, a
voi va il mio profondo rispetto e ammirazione. Dio sa che non avrei avuto
questa stessa forza e semplicità... Posso immaginare quanto sia stato difficile
navigare senza risorse, perché siete fuggiti da una recessione travolgente, avete
lasciato dietro una parte di voi stessi: la vostra famiglia, la vostra terra, la
vostra Patria; e avete costruito, un futuro dignitoso per i vostri discendenti.
Voi ci avete permesso di avere l'opportunità di sognare ancora una volta, fare
delle scelte, di andare e di venire, di vedere il mondo attraverso i libri e i
viaggi. Quindi, ogni mio successo è anche il vostro, per sempre.
Ai vostri genitori, i miei bisnonni, ormai adulti, che hanno portato con sé
i loro figli, che hanno dovuto affrontare l'angoscia di lasciare la loro terra
per intraprendere un viaggio senza certezza di successo, ripongo la mia considerazione.
Penso a Girolamo Londero, Lucia Capris, Giacomo Palese e Maria Tutti, ciascuno
di loro proveniente da un piccolo paese situato ai piedi delle Alpi, la piccola-grande
Gemona del Friuli.
Questa città che ho sempre sognato e ho sempre amato durante tutta la mia
vita senza essere mai stata lì... Come se parte di me fosse stata imprigionata in
un lontano passato, con ricordi e lampi di eventi che non riuscivo a spiegare. Per
molto tempo ho sentito la nostalgia di qualcosa che non capivo cosa fosse, come
se un mattone di un muro fosse fuori luogo, come se il cemento non fosse stato
sufficiente a rendere sicura la struttura dell'anima. Sentivo un vuoto in un
angolo del mio cuore.
Mio padre, il dodicesimo figlio di Pietro Giuseppe Londero e Ana Palese, che
sono venuti ancora giovani, che hanno portato con sé la forza della conquista,
la volontà di lottare, la condizione di crescita e di vittoria, la quale è
sempre stata l'ancora e il nord della nostra famiglia. Mio padre non ha mai dimenticato
le sue radici, ma non ha mai imparato il vostro dialetto, il friulano o l'italiano,
giacché le guerre hanno vietato che la lingua italiana fosse parlata in
Brasile, in quel momento. Ma, la cultura, l'amore per l'Italia nessuno poteva
impedire che fiorisse... siamo in tanti... che portiamo nel nostro DNA le
particelle che si sono aggregate nella nostra anima friulana, per sempre. Noi
siamo i frutti degli insegnamenti di quelli che ci hanno preceduto, noi siamo
forti come il legno delle recinzioni nei campi bagnati. I valori portati da voi
sono stati piantati nella nostra anima ancor prima della nostra nascita, portiamo
dentro di noi un timbro che ci identifica, miscelando la tradizione friulana con
quella gaúcha[1]. Mangiamo churrasco[2] con polenta. Beviamo vino e mate[3]. Nei nostri giardini coltiviamo le vigne che ricordano
la terra con la quale sogniamo. Se Dio vuole, camminerei molte volte a piedi
per le strade di Gemona.
Sono molto orgogliosa di poter dire a ciascuno che vorrà ascoltare, che i miei nonni divennero persone molto importanti nel Rio Grande do Sul, lo stato più meridionale del Brasile, dove la brina abbraccia delicatamente i campi durante l'inverno, dove il vento Minuano[4] avvolge le coxilhas[5] del pampa, dove uomini e donne sono morti per combattere confini delimitati. Le loro armi, oltre che le spade e le pistole, erano il coraggio e l'amore per questa terra.
So che voi avete iniziato la vostra vita di piccoli agricoltori, e che ogni cosa prodotta è stato oggetto di scambi all'interno della colonia di Silveira Martins, la quarta colonia di immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul, frazione della città di Santa Maria, un importante centro commerciale, universitario, ferroviario, e anche il centro geodetico del Rio Grande do Sul. Città il cui soprannome è "Cuore del Rio Grande".
Non sono mai riuscita a capire come mai non siete tornati a Gemona. Ma l'ho capito ora...
Sono stata nel vostro paese, lo scorso febbraio, che occupa ancora lo spazio dei calendari, in questo febbraio che mi ricorda ogni giorno quello che è stato il mio più grande amico, quello che mi ha insegnato a nuotare nelle dighe della fattoria: mio padre.
Ho capito, perché ho sentito il dolore di dirle addio, anche se sono rimasta
sola per poche ore lì... Mi rendo conto che non sarebbe possibile trovare il
coraggio di lasciare alle spalle la vostra storia, la vostra famiglia, la
vostra patria, per una seconda volta.
Voi siete nati in Italia, siete morti in Brasile, così friulani come sempre. Percorrendo le vie di Gemona, ho osservato ogni angolo della sua costruzione, nella realtà, la ricostruzione dopo il terremoto. Mi sono ubriacata con la forza delle montagne, sono stata intossicata dall'azzurro del cielo, ho sentito un dolore lacerante nel mio ventre, erano le mie origini che venivano concepite dentro di me.
Ho capito che voi, prima di tutto, eravate esploratori, che avete trasformato, avete costruito e avete formato cultura. Siete state messi in colonie dove non c'erano neanche le condizioni minime di sopravvivenza, però siete sopravvissuti con dignità. Eravate guerrieri, avete conquistato le terre inesplorate e le avete trasformate in campi di grande valore. Il vostro lavoro ha generato produzione e ricchezza.
Mio nonno, Pietro, sono così orgogliosa di te, perché hai attraversato
l'oceano con una promessa in mente e l'hai realizzata. Hai costruito una
cappella di Sant'Antonio, all'interno della Fazenda do Pinheiro... Hai lasciato
in eredità la fede incrollabile, la certezza che il lavoro è la spina dorsale
che da sostegno alla tranquillità della nostra anima.
Sento che una parte di me che prima dormiva è stata svegliata, ho percorso luoghi che avevo già sognato, ho sentito il vento gelido che ha marchiato la mia pelle e la mia anima come un ferro rovente con cui segniamo i vitelli in primavera. Il mio cuore batteva forte, ho inghiottito l'angoscia di non riuscire a vedere tutto, sapere tutto, essere pienamente lì. I miei ricordi si confondevano con il paesaggio che si profilava davanti a me. I miei occhi pieni di lacrime guardavano ogni granello di sabbia, ogni pietra per terra, tutti gli uccelli,tutti i gatti, tutti i cani, nella certezza di un incontro in astrale.
La mia gola ha avuto la pressione della nostalgia, ho camminato per la strada che conduce alle rovine del castello e ho immaginato tutta la vita che esisteva lì.
Ed è stato proprio a Gemona che ho trovato un angelo. Un angelo dagli occhi chiari, sguardo fresco di soprannome Enzo. Un angelo venuto dal nulla, che è arrivato con i suoi modi gentili e cominciò a parlare come se fossimo vecchi conoscenti. Egli ha spiegato molte cose sui miei dubbi, è stato lui che mi ha mostrato l'interno di uno scavo importante, e io, la professoressa di geografia, si dilettava con tutto l'apprendimento che Dio mi ha dato attraverso le parole di quell'angelo.
Il mio cuore anela ora di vedere tanta bellezza, nostalgia
di quell'angelo che ho lasciato lì, sentendo la pace che ha invaso pienamente
la mia anima... Ho fede e speranza di tornare un giorno, un altro giorno per mettere
nuovamente i piede sulla terra di Gemona, per trovare altri pezzi di me stessa
che sono stati persi da qualche parte nel passato, in qualche angolo delle
piccole vie che attraversano la città, nei campi con i loro muri di pietra, nelle
montagne, che ferme, sono la forza e il coraggio di queste persone.
La mia anima gaúcha di nascita, e friulana di sangue, sa che un figlio ritorna sempre alle sue origini al momento della sua morte.
Miei nonni, avevo bisogno di sfogarmi, dirvi che questa esperienza mi ha certamente portato dei bei ricordi, e dei cambiamenti e dirvi che ero molto, molto felice in quel posto, in quella città. Ho sentito come se fossi a casa mia perché ero nella vostra casa... Gatti sui muri, il cane che mi facevano le feste... Ogni passo che facevo, era come se stessi tornando a casa dopo una lunga assenza.
Dio, nella tua infinita saggezza e forza, protegga Gemona
del Friuli. Dio, benedici ognuno di loro... La mia eterna gratitudine, perché
non vorrei essere qualcos'altro di diverso da me stessa. E non dimenticherò
mai: io sono quello che sono, perché avete lasciato una eredità di valori e
cultura che sono il fondamento della mia passeggiata.
Con amore eterno e ammirazione, la vostra nipotina.
Marzo
13 / 2011.
[1] Mandriano delle pampas (pianura tipica della zona dell'America meridionale, che include il Rio Grande do Sul, regione dove si trova la più grande popolazione di immigranti italiani).
[2] Piatto tipico dei gaúchos del Rio Grande do Sul a base di carne cotta su spiedoni alla brace con sale grosso.
[3] Infusione preparata con foglie di erba Mate, una pianta originaria del Sud America.
[4] Vento sud-ovest, asciutto e fredissimo, che si manifesta durante l'inverno nel Rio Grande do Sul.
[5] Piccoli colli, situati in zone di campi, separati tra loro da valli coperte di erbacce, tipici del Rio Grande do Sul.
Raccontata da: Catarina Alici Antonello Londero Deggeroni
CHIEDETELO A TONI - 1° premio edizione 2008
Primo classificato premio di narrativa "in viaggio nelle parole" edizione 2008 (stralcio del racconto “Chiedetelo a Toni” di Oscar Tison, di Vodo di Cadore).
CHIEDETELO A TONI (che di polvere ne ha mangiata tanta)
Chiedetelo a Toni quanto era contento quella mattina, chiedetegli di sua moglie. Chiedetegli perché non ha mai voluto acquistare specchi, né mettersi gli occhiali. Chiedetegli della sua terra e perché odiasse i preti. Chiedete a Toni della mattina in cui si svegliò con gli occhi infossati e folli che parevano quelli del demonio ed i capelli improvvisamente bianchi e tanto folti da divenire cespugliosi al punto che sua moglie neppure lo riconobbe e urlò e uscì fuori dalla casa correndo e biascicando il rosario e inciampò su un’asta del carro e cadde distesa quant’era tonda sull’aia ormai deserta senza galline né conigli battuta da un sole impietoso e già violento alle sei del mattino, l’ora in cui un tempo si udivano le ragazze cantare avviandosi verso il torrente e la più piccola imitare il canto del gallo. Quella mattina facevano sei mesi che il gallo era morto e digerito, solo la sua cresta restava, avvizzita e un poco ripugnante, inchiodata sulla porta della stalla. Chiedete alle ragazze, se riuscite a trovarle, di parlarvi di Toni e vi sentirete rispondere Toni chi? E se ne andranno leggiadre con le lunghe gambe danzanti sotto le gonne ampie e plissettate. E un poco imbarazzate. Non le gonne, le ragazze. Se pensate sia il caso, chiedete anche al parroco, chiedetegli della lettera che scrisse a malavoglia, delle parole che uscivano a fatica dal pennino, chiedetegli se ha confessato al suo vescovo il piacere che ha provato il giorno in cui Toni l’Eretico aveva dovuto chinare la testa e rivolgersi a lui, chiedergli il favore. Toni Eretico perché non credeva che le benedizioni servissero a guarire le coltivazioni dalla peronospera e preferiva il latte di calce, non credeva che il bruciare ulivo benedetto facesse allontanare la grandine, non credeva, insomma, che ci si dovesse arrendere al destino maledetto infame. Ma se veramente vi venisse l’idea di chiedere alle ragazze è meglio rinunciare, dovreste andare indietro di più di cent’anni e recarvi là, nella grande Merica in terre immense sconfinate che non esistono più e in quanto al parroco sono oltre cent’anni che sta col culo scottato dalle fiamme dell’inferno e sarà un po’ incazzato, forse non è il caso. Toni ha chiesto al parroco, fosse stato per lui non l’avrebbe mai fatto, fosse stato per lui sarebbe salito sull’albero più alto della collina più alta, avrebbe stretto i pugni contro il cielo e bestemmiato il dio cristiano e quello pagano insieme, che gli mandassero la pioggia, che facessero salire il prezzo del grano, che fulminassero i padroni. Fosse stato per lui avrebbe pisciato contro vento fin che il liquido giallo gli si fosse riversato tutto addosso a guarirgli le ferite, quelle rosse sanguinanti putrescenti che fanno girare lo sguardo alle ragazze e quelle che non si vedono, che non guariscono quasi mai, che non si possono dire a nessuno, che nessuno può capire. Fosse stato per lui. Fosse stato per fare un favore a sua moglie non sarebbe mai andato dal parroco, maledetto il giorno in cui l’ha sposata, quel giorno indossava pantaloni di fustagno e aveva persino allacciato l’ultimo bottone della camicia, quello più alto che fa sentire il gozzo imprigionato e la fatica del deglutire saliva e benedizioni, lei invece indossava un abito bianco ricavato da un lenzuolo di lino rubato alla dote, se lo era cucito da sola, mani d’oro questa donna dicevano le comari che il diavolo se le porti, mani d’oro e senza calli, questa donna non fa per te cammina nei campi e schiaccia le sementi, butta ai porci il latte che avanza nel pentolino, il pane di ieri le entra nelle carie dei denti. E’ andato dal parroco perché c’erano le ragazze, tre, luce dei suoi occhi, frutto dei suoi lombi, arrivate una dopo l’altra tutte e tre di fila mentre il maschio non ne voleva sapere, come si dice la TV non c’era ancora e servivano braccia, quelle delle femmine meglio di niente non fosse che poi i padri delle figlie si innamorano e Toni non fece eccezione. Dopo le figlie, venne la siccità. Con la siccità vennero i corvi. I corvi sono neri, hanno giacchette di lino scuro, portano occhiali tondi sopra occhi piccoli e miopi e hanno sguardi di disprezzo. Così li ha sempre ricordati Toni, che li ha visti. Sua moglie invece li ha sognati, quelli di lei avevano ali lunghe e frastagliate in fondo, volavano in tondo sopra il pennone di una nave che lei chiamava barca e ogni tanto uno di loro, quello più anziano, che fumava la pipa, si staccava dal gruppo e volava fino su, fino sul tetto della loro casa in mezzo alla campagna grigia ed assetata e di là lanciava moniti. Un corvo che fuma la pipa! Toni ghignava verso la moglie perché lui non credeva ai preti ma nemmeno ai sogni, credeva nella fatica e nel sudore che riga la schiena come bava di lumaca, credeva nella parola data e credeva nella terra che amava più del vino e delle donne e che l’aveva tradito. Erano già passate quattro stagioni dal primo, leggero, tradimento. Ma Toni diceva no, non è la terra, la terra ricambia sempre chi l’ama, è l’acqua, è il sole. Poi aggiungeva, piano piano sottovoce che nessuno l’udisse: è l’uomo
Raccontata da: Oscar Tison

