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    <title>SacOstermann.org</title>
    <link>http://www.sacostermann.org.aaa</link>
    <description>Ultimi racconti</description>
    <language>it</language><item><pubDate>21/11/2011 </pubDate><title>Una lettera ai miei nonni.</title><description>Raccontata da: Catarina Alici Antonello Londero Deggeroni<br/><p>
<strong>Di seguito il racconto pervenutoci dal lontano Brasile, dalla nipote di emigranti gemonesi di fine &#39;800. Fa riflettere come una persona possa amare talmente le proprie radici da riuscire a far scrivere il proprio cuore.</strong> 
</p>
<p align="center">
Una lettera ai miei nonni:
</p>
<p align="center">
Per i miei nonni Pietro e Anna,
</p>
<p>
Rivolgo il mio pensiero all&#39;inizio di tutto... Ritorno al
passato, mi immergo nei pi&ugrave; profondi ricordi di famiglia e focalizzo il mio
desiderio: mi rivolgo ai miei cari nonni, che non ho avuto il piacere di
conoscere, ma che gli ringrazio per tutti i valori che porto con me e che
indirettamente sono frutto di tanti insegnamenti che hanno trasferito a mio padre.
</p>
<p>
Purtroppo, non riesco pi&ugrave; a sedermi sulle ginocchia del
mio amato padre e chiedergli di raccontarmi delle storie che parlano un po&#39;
della sua cultura, della generosit&agrave; del suo popolo, dell&#39;orgoglio di essere
italiani, questi immigrati che sono stati le braccia forti del lavoro nella
costruzione del Brasile.
</p>
<p>
A voi, miei nonni, che avete lasciato l&#39;Italia nel 1878,
per non tornare mai pi&ugrave;... <br />
<br />
&Egrave; tardi, ho perso il sonno, ho bisogno di sedermi e
scrivere, lasciare che le parole germoglino dal mio cuore, come una valanga a
fine inverno... Queste parole si contorcono nella mia pancia e nel mio cervello, 
soffocando i miei pensieri, devo raccontare i miei sentimenti, le mie paure, le
mie storie, i miei successi, i miei crolli, i miei dubbi e le mie certezze
attraverso questa lettera che &egrave; indirizzata ai cuori, perch&eacute; la morte &egrave; solo
una breve separazione, dopo tutto, l&#39;amore rimane in vita per sempre.
</p>
<p>
A voi, miei nonni, che avete viaggiato nella stiva di una nave sporca, che avete
perso i vostri cari e avete dovuto avere il coraggio di buttarli in alto mare, a
voi va il mio profondo rispetto e ammirazione. Dio sa che non avrei avuto
questa stessa forza e semplicit&agrave;... Posso immaginare quanto sia stato difficile
navigare senza risorse, perch&eacute; siete fuggiti da una recessione travolgente, avete
lasciato dietro una parte di voi stessi: la vostra famiglia, la vostra terra, la
vostra Patria; e avete costruito, un futuro dignitoso per i vostri discendenti.<br />
Voi ci avete permesso di avere l&#39;opportunit&agrave; di sognare ancora una volta, fare
delle scelte, di andare e di venire, di vedere il mondo attraverso i libri e i
viaggi. Quindi, ogni mio successo &egrave; anche il vostro, per sempre.
</p>
<p>
Ai vostri genitori, i miei bisnonni, ormai adulti, che hanno portato con s&eacute;
i loro figli, che hanno dovuto affrontare l&#39;angoscia di lasciare la loro terra
per intraprendere un viaggio senza certezza di successo, ripongo la mia considerazione.<br />
Penso a Girolamo Londero, Lucia Capris, Giacomo Palese e Maria Tutti, ciascuno
di loro proveniente da un piccolo paese situato ai piedi delle Alpi, la piccola-grande
Gemona del Friuli. 
</p>
<p>
Questa citt&agrave; che ho sempre sognato e ho sempre amato durante tutta la mia
vita senza essere mai stata l&igrave;... Come se parte di me fosse stata imprigionata in
un lontano passato, con ricordi e lampi di eventi che non riuscivo a spiegare. Per
molto tempo ho sentito la nostalgia di qualcosa che non capivo cosa fosse, come<br />
se un mattone di un muro fosse fuori luogo, come se il cemento non fosse stato
sufficiente a rendere sicura la struttura dell&#39;anima. Sentivo un vuoto in un
angolo del mio cuore.
</p>
<p>
Mio padre, il dodicesimo figlio di Pietro Giuseppe Londero e Ana Palese, che
sono venuti ancora giovani, che hanno portato con s&eacute; la forza della conquista,
la volont&agrave; di lottare, la condizione di crescita e di vittoria, la quale &egrave;
sempre stata l&#39;ancora e il nord della nostra famiglia. Mio padre non ha mai dimenticato
le sue radici, ma non ha mai imparato il vostro dialetto, il friulano o l&#39;italiano,
giacch&eacute; le guerre hanno vietato che la lingua italiana fosse parlata in
Brasile, in quel momento. Ma, la cultura, l&#39;amore per l&#39;Italia nessuno poteva<br />
impedire che fiorisse... siamo in tanti... che portiamo nel nostro DNA le
particelle che si sono aggregate nella nostra anima friulana, per sempre. Noi
siamo i frutti degli insegnamenti di quelli che ci hanno preceduto, noi siamo
forti come il legno delle recinzioni nei campi bagnati. I valori portati da voi
sono stati piantati nella nostra anima ancor prima della nostra nascita, portiamo
dentro di noi un timbro che ci identifica, miscelando la tradizione friulana con
quella ga&uacute;cha<a name="_ftnref1" href="#_ftn1" title="_ftnref1">[1]</a>. Mangiamo churrasco<a name="_ftnref2" href="#_ftn2" title="_ftnref2">[2]</a> con polenta. Beviamo vino e mate<a name="_ftnref3" href="#_ftn3" title="_ftnref3">[3]</a>. Nei nostri giardini coltiviamo le vigne che ricordano
la terra con la quale sogniamo. Se Dio vuole, camminerei molte volte a piedi
per le strade di Gemona.
</p>
<p>
Sono molto orgogliosa di poter dire a ciascuno che vorr&agrave; ascoltare, che i miei
nonni divennero persone molto importanti nel Rio Grande do Sul, lo stato pi&ugrave;
meridionale del Brasile, dove la brina abbraccia delicatamente i campi durante
l&#39;inverno, dove il vento Minuano<a name="_ftnref4" href="#_ftn4" title="_ftnref4">[4]</a> avvolge le coxilhas<a name="_ftnref5" href="#_ftn5" title="_ftnref5">[5]</a> del pampa, dove uomini e donne sono morti per combattere
confini delimitati. Le loro armi, oltre che le spade e le pistole, erano il
coraggio e l&#39;amore per questa terra.
</p>
<p>
So che voi avete iniziato la vostra vita di piccoli agricoltori, e che ogni
cosa prodotta &egrave; stato oggetto di scambi all&#39;interno della colonia di Silveira
Martins, la quarta colonia di immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul, frazione
della citt&agrave; di Santa Maria, un importante centro commerciale, universitario,
ferroviario, e anche il centro geodetico del Rio Grande do Sul. Citt&agrave; il cui
soprannome &egrave; &quot;Cuore del Rio Grande&quot;.
</p>
<p>
Non sono mai riuscita a capire come mai non siete tornati a Gemona. Ma l&#39;ho
capito ora... 
</p>
<p>
Sono stata nel vostro paese, lo scorso febbraio, che occupa ancora lo
spazio dei calendari, in questo febbraio che mi ricorda ogni giorno quello che
&egrave; stato il mio pi&ugrave; grande amico, quello che mi ha insegnato a nuotare nelle
dighe della fattoria: mio padre. 
</p>
<p>
Ho capito, perch&eacute; ho sentito il dolore di dirle addio, anche se sono rimasta
sola per poche ore l&igrave;... Mi rendo conto che non sarebbe possibile trovare il
coraggio di lasciare alle spalle la vostra storia, la vostra famiglia, la<br />
vostra patria, per una seconda volta. 
</p>
<p>
Voi siete nati in Italia, siete morti in Brasile, cos&igrave; friulani come sempre.
Percorrendo le vie di Gemona, ho osservato ogni angolo della sua costruzione, nella
realt&agrave;, la ricostruzione dopo il terremoto. Mi sono ubriacata con la forza
delle montagne, sono stata intossicata dall&#39;azzurro del cielo, ho sentito un
dolore lacerante nel mio ventre, erano le mie origini che venivano concepite
dentro di me.
</p>
<p>
Ho capito che voi, prima di tutto, eravate esploratori, che avete trasformato,
avete costruito e avete formato cultura. Siete state messi in colonie dove non c&#39;erano
neanche le condizioni minime di sopravvivenza, per&ograve; siete sopravvissuti con
dignit&agrave;. Eravate guerrieri, avete conquistato le terre inesplorate e le avete
trasformate in campi di grande valore. Il vostro lavoro ha generato produzione
e ricchezza.
</p>
<p>
Mio nonno, Pietro, sono cos&igrave; orgogliosa di te, perch&eacute; hai attraversato
l&#39;oceano con una promessa in mente e l&#39;hai realizzata. Hai costruito una
cappella di Sant&#39;Antonio, all&#39;interno della Fazenda do Pinheiro... Hai lasciato<br />
in eredit&agrave; la fede incrollabile, la certezza che il lavoro &egrave; la spina dorsale
che da sostegno alla tranquillit&agrave; della nostra anima.
</p>
<p>
Sento che una parte di me che prima dormiva &egrave; stata svegliata, ho percorso
luoghi che avevo gi&agrave; sognato, ho sentito il vento gelido che ha marchiato la
mia pelle e la mia anima come un ferro rovente con cui segniamo i vitelli in
primavera. Il mio cuore batteva forte, ho inghiottito l&#39;angoscia di non
riuscire a vedere tutto, sapere tutto, essere pienamente l&igrave;. I miei ricordi si
confondevano con il paesaggio che si profilava davanti a me. I miei occhi pieni
di lacrime guardavano ogni granello di sabbia, ogni pietra per terra, tutti gli
uccelli,tutti i gatti, tutti i cani, nella certezza di un incontro in astrale.
</p>
<p>
La mia gola ha avuto la pressione della nostalgia, ho camminato per la
strada che conduce alle rovine del castello e ho immaginato tutta la vita che
esisteva l&igrave;.
</p>
<p>
Ed &egrave; stato proprio a Gemona che ho trovato un angelo. Un angelo dagli occhi
chiari, sguardo fresco di soprannome Enzo. Un angelo venuto dal nulla, che &egrave;
arrivato con i suoi modi gentili e cominci&ograve; a parlare come se fossimo vecchi
conoscenti. Egli ha spiegato molte cose sui miei dubbi, &egrave; stato lui che mi ha mostrato
l&#39;interno di uno scavo importante, e io, la professoressa di geografia, si
dilettava con tutto l&#39;apprendimento che Dio mi ha dato attraverso le parole di
quell&#39;angelo.
</p>
<p>
Il mio cuore anela ora di vedere tanta bellezza, nostalgia
di quell&#39;angelo che ho lasciato l&igrave;, sentendo la pace che ha invaso pienamente
la mia anima... Ho fede e speranza di tornare un giorno, un altro giorno per mettere<br />
nuovamente i piede sulla terra di Gemona, per trovare altri pezzi di me stessa
che sono stati persi da qualche parte nel passato, in qualche angolo delle
piccole vie che attraversano la citt&agrave;, nei campi con i loro muri di pietra, nelle
montagne, che ferme, sono la forza e il coraggio di queste persone.
</p>
<p>
La mia anima ga&uacute;cha di nascita, e friulana di sangue, sa
che un figlio ritorna sempre alle sue origini al momento della sua morte.
</p>
<p>
Miei nonni, avevo bisogno di sfogarmi, dirvi che questa
esperienza mi ha certamente portato dei bei ricordi, e dei cambiamenti e dirvi
che ero molto, molto felice in quel posto, in quella citt&agrave;. Ho sentito come se
fossi a casa mia perch&eacute; ero nella vostra casa... Gatti sui muri, il cane che mi
facevano le feste... Ogni passo che facevo, era come se stessi tornando a casa
dopo una lunga assenza.
</p>
<p>
Dio, nella tua infinita saggezza e forza, protegga Gemona
del Friuli. Dio, benedici ognuno di loro... La mia eterna gratitudine, perch&eacute;
non vorrei essere qualcos&#39;altro di diverso da me stessa. E non dimenticher&ograve;<br />
mai: io sono quello che sono, perch&eacute; avete lasciato una eredit&agrave; di valori e
cultura che sono il fondamento della mia passeggiata.
</p>
<p>
Con amore eterno e ammirazione, la vostra nipotina. 
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Marzo
13 / 2011. 
<br />
</p>
<hr />
<br />
<a name="_ftn1" href="#_ftnref1" title="_ftn1">[1]</a> Mandriano
delle <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pampa" title="Pampa">pampas</a></em><em> </em>(pianura tipica della zona dell&#39;America
meridionale, che include il Rio Grande do Sul, regione dove si trova la pi&ugrave;
grande popolazione di immigranti italiani).
<p>
<a name="_ftn2" href="#_ftnref2" title="_ftn2">[2]</a> Piatto tipico dei ga&uacute;chos del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rio_Grande_do_Sul">Rio Grande do Sul</a> a base di carne cotta su spiedoni alla brace con
sale grosso.
</p>
<p>
<a name="_ftn3" href="#_ftnref3" title="_ftn3">[3]</a> Infusione preparata con foglie di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ilex_paraguariensis" title="Ilex paraguariensis">erba
Mate</a>, una pianta
originaria del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sud_America" title="Sud America">Sud America</a>.
</p>
<p>
<a name="_ftn4" href="#_ftnref4" title="_ftn4">[4]</a> Vento sud-ovest, asciutto e fredissimo, che si
manifesta durante l&#39;inverno nel Rio Grande do Sul.
</p>
<p>
<a name="_ftn5" href="#_ftnref5" title="_ftn5">[5]</a> Piccoli colli, situati in zone di campi, separati tra loro da valli coperte
di erbacce, tipici del Rio Grande do Sul.
</p>
</description></item><item><pubDate>01/12/2010 </pubDate><title>FUSIONE - 3° premio edizione 2010</title><description>Raccontata da: Simonetta Cancian <br/><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><u>Terzo&nbsp;classificato</u></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"> premio di narrativa &quot;in viaggio nelle parole&quot; edizione 2010: 
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3"><strong><font face="arial,helvetica,sans-serif">FUSIONE</font></strong> </font><font face="Times New Roman" size="3">di Simonetta Cancian di Fossalta di Piave</font> 
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal" align="center">
<font size="3"><strong>FUSIONE</strong></font> 
</p>
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il faggio sta l&igrave; da un tempo che lui solo sa. C&rsquo;era la montagna, ricorda. C&rsquo;era il bosco, il pascolo pi&ugrave; in alto e poco altro.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il seme da cui proviene ha trovato terreno fertile e stagioni propizie. Anno dopo anno il fusto gracile si &egrave; rinforzato, affondando nella terra scura e facendosi strada verso l&rsquo;alto. Un&rsquo;estremit&agrave; ad abbracciare il suolo, un&rsquo;altra in cerca di luce. Il rami si sono allargati come braccia a segnare il territorio. Hanno giocato a conquistarsi spazio con biforcazioni, intrecci misteriosi, evoluzioni dalla logica impenetrabile.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Su, sempre pi&ugrave; su. Fino a regnare nel terreno che si &egrave; conquistato.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Da un lato, le fronde volgono verso la sommit&agrave; del pendio, dove d&rsquo;estate dondolano i campanacci di mucche pigre. Dall&rsquo;altro, i rami si protendono verso una pianura che s&rsquo;indovina appena nelle giornate terse. Tanto lontana che forse nemmeno esiste.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Gli piace affacciarsi a questa sorta di balcone. Protendersi nell&rsquo;aria per un respiro profondo, senza mai sciogliersi dall&rsquo;abbraccio della montagna.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Chi mai avr&agrave; deciso di regalargli tutto quel tempo, si &egrave; chiesto tante volte. Quanti e quali eventi insondabili avranno avuto luogo per far s&igrave; che lui, proprio lui tra tanti altri simili diventasse il pi&ugrave; longevo della vallata, un vero e proprio monumento del bosco, davanti a cui ogni arbusto s&rsquo;inchina, mentre gli uomini, al contrario, alzano lo sguardo, ammutoliti.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">In quella posizione, all&rsquo;imbocco del sentiero che s&rsquo;inoltra in mezzo alla vegetazione, non passa inosservato.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">D&rsquo;estate, gli escursionisti gli sono grati per la generosa porzione d&rsquo;ombra. Accarezzano il suo tronco possente, ne saggiano la consistenza, lo circondano con entrambe le braccia senza riuscire a cingerlo. Percorrono stupiti tutta la sua circonferenza, lo studiano da ogni angolazione. Contano i nodi, scoprono ferite. Scattano foto. Mettono in funzione la videocamera, lo riprendono nella speranza di catturarne l&rsquo;energia e portarne con s&eacute; almeno un soffio. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Un tempo il faggio amava la sua solitudine. Nulla che spezzasse l&rsquo;incanto del suo luogo di vita. Lui, il bosco, la montagna, una cosa sola. Poi sono spuntate piccole case qua e l&agrave; nella vallata. Una &egrave; sorta proprio vicino a lui, al centro di una radura soleggiata. D&rsquo;inverno resta chiusa a lungo, ma per qualche mese, durante l&rsquo;estate, il silenzio si popola di passi e di voci, di movimenti e suoni inconsueti.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Solo la sera tutt&rsquo;intorno ogni cosa ammutolisce. Il fumo del camino danza creando forme bizzarre che ad un tratto scompaiono inghiottite tra le fronde.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">La betulla, come lui, si protende verso la pianura. Slanciata, fiera del suo portamento. Li accomuna la ricerca della luce. Lei crescer&agrave; ancora, ne &egrave; certo, anche se difficilmente potr&agrave; raggiungerlo. Questioni di genetica, crede.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Di nuovo non sa spiegarsi come mai le cose accadano e perch&eacute; solo in un dato momento. O forse lo immagina. Ci sono forze misteriose nell&rsquo;universo. Agiscono all&rsquo;insaputa di tutti. Movimenti sotterranei, impercettibili, ma potentissimi. Come quella <em>cosa</em> che lo rapisce in una stagione avanzata della vita. Ora la betulla non &egrave; un albero tra tanti, ma l&rsquo;unico di cui gli importi veramente. L&rsquo;estate, una festa di voli, un bisbigliare ininterrotto di giorno e sommessi fruscii la notte. L&rsquo;autunno li sorprende in un vortice di felicit&agrave;, mentre le foglie di entrambi danzano senza sosta per poi confondersi al suolo. Ma &egrave; soprattutto l&rsquo;inverno &ndash; quass&ugrave; lungo come non mai &ndash; a trasportarli lontano da tutto e da tutti. Vivono insieme il silenzio della montagna. Ascoltano il vento fischiare, sorridendo mentre intorno ogni cosa rabbrividisce. Vicini, attendono che il primo fiocco di neve si adagi sui loro rami.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">E&rsquo; sempre festa - realizza il faggio - da quando nella sua vita &egrave; entrata la betulla. Davvero non sa spiegarsi come abbia potuto per lungo tempo essere fiero del proprio isolamento.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Ma questo non &egrave; un inverno come gli altri. Ad ogni nevicata ne segue un&rsquo;altra e un&rsquo;altra ancora. Il ghiaccio atterrisce il bosco, si accanisce sugli alberi. Penetra nei rami, immobilizza il tronco, uccide.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Quando le ultime chiazze di neve si sciolgono e il pendio si riveste di crochi, il faggio rompe il silenzio, ripetendo pi&ugrave; volte il nome dell&rsquo;amica. Nulla. Grida, piange, sussurra. Non vuole crederci. Si dispera. Ora il silenzio in cui &egrave; cresciuto gli &egrave; diventato insopportabile.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Ed &egrave; di nuovo primavera. Nel bosco, nessuno &egrave; indifferente alla nuova stagione. Ogni movimento, ogni nascita &egrave; una vittoria sul gelo che imprigiona la vita. Ma il faggio, ora, non crede di voler vivere ancora. Si guarda intorno e tocca con lo sguardo ogni angolo conosciuto. Tutto &egrave; ancora l&agrave;, al proprio posto. Tranne la SUA betulla. Un povero tronco squarciato all&rsquo;interno, buono solo per il fuoco. Almeno potessero ardere insieme. Anche lui porta sul corpo i segni dell&rsquo;inverno. I suoi rami su un lato sono tutti intorpiditi. Non c&rsquo;&egrave; traccia di foglie, da quella parte. Di sicuro ce la far&agrave;, con la sua tempra. Il sole dell&rsquo;estate risaner&agrave; la ferita e saranno altre stagioni. Migliori, forse. Ma perch&eacute; continuare, di nuovo solo. Maestoso eppure inerme.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il faggio vorrebbe richiamare a s&eacute; i rami, chiudendosi alla vita. La luce che insegue da sempre e da sempre lo chiama, ora lo infastidisce. Se potesse, spegnerebbe tutto.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">***</span><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Le montagne non sono tutte uguali. Quella che l&rsquo;uomo cerca si delinea all&rsquo;orizzonte al termine del</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">rettilineo. Si erge come dal nulla su un terreno piano, la capigliatura ricciuta di un verde ogni volta nuovo e straordinario. Sa a memoria la strada, nonostante da tanto tempo non metta pi&ugrave; piede da queste parti. Ad un tratto prende a salire. Gli sembra quasi di inoltrarsi in una grotta, fendendo la vegetazione ai lati della strada. Ad ogni tornante la pendenza si fa pi&ugrave; ripida, la pianura si allontana, rimpicciolisce, scompare. Esiste solo lei. Questa montagna, lui la ama da sempre.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Che cosa gli &egrave; preso, stamattina. Ha alzato meccanicamente la tapparella ed &egrave; rimasto abbagliato. Il sole. Non lo sopporta, non pi&ugrave;. Da quando &egrave; accaduto, ogni giorno prova a ricominciare per poi arrendersi a sera e concludere tra s&eacute; che non ce la fa. Ha abbassato la tapparella quel tanto che bastava a fare penombra. Potesse vivere al buio, lo farebbe. Ma continuano a ripetergli che deve reagire. Ha preso a lavorare moltissimo e il tempo &ndash; deve riconoscerlo &ndash; scivola meglio. Il tempo fa il suo dovere. A volte per&ograve; lui vorrebbe averlo gi&agrave; attraversato tutto. Essere vecchio. Non provare pi&ugrave; quello che sente. Quando ha aperto la porta dello studio, il sole aveva gi&agrave; invaso la stanza. La luce aveva preso possesso di ogni superficie, accarezzato i rotoli di carta, trasformato gli oggetti logori. Il progetto era l&agrave; ad attenderlo.<span>&nbsp; </span>Villa con finiture di pregio e giardino esclusivo per giovane coppia benestante. Forza, al lavoro. Ha gettato al disegno uno sguardo colmo di repulsione ed &egrave; uscito.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">E&rsquo; l&rsquo;auto a condurlo lass&ugrave;. Dove lei all&rsquo;inizio veniva di malavoglia, solo per fargli piacere. Dopo, invece, era scattato qualcosa e voleva sempre tornare l&agrave;, affrontando escursioni ogni volta pi&ugrave; impegnative, qualunque tempo facesse. Consultava la mappa, studiava i sentieri, s&rsquo;informava sui nomi delle piante. Instancabile.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Progettava una casa per loro &ndash; stavano gi&agrave; insieme, ma potevano permettersi solo un mini in affitto.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Non le avrebbe detto niente fino a quando non fosse stato tutto al completo. Voleva consegnarglielo cos&igrave;. Un sogno da toccare con mano. Prendilo, &egrave; tuo.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il progetto l&rsquo;ha poi distrutto col punteruolo, il giorno che lei &egrave; uscita in bicicletta per andare al lavoro e un&rsquo;auto impazzita si &egrave; portata via in un attimo il futuro di tutti e due. Era una mattina luminosa, ricorda.<span>&nbsp; </span>Il conducente sosteneva di essere rimasto abbagliato.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Terapia. Farmaci. Lavoro. Tempo. Altro tempo. Ma non &egrave; guarito, non ancora. Dentro, una mano ghiacciata gli impedisce di respirare. Ci sono dolori che non si diluiscono nemmeno dopo anni. Accettare. Reagire. Ricominciare. Gli sembrano tutte parole vuote.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Vivere &egrave; camminare. Passo dopo passo, si arriva da qualche parte. Lui, dove vorrebbe giungere? Intanto cammina. La montagna lo chiama a s&eacute;. Non intruso, ma parte del tutto.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">C&rsquo;&egrave; un grande faggio, al limitare del bosco. E&rsquo; un albero magnifico, di sicuro il pi&ugrave; antico della vallata.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span></em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il faggio sente le braccia dell&rsquo;uomo stringerlo fino a fargli male.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">- Perch&eacute;, perch&eacute;, perch&eacute;&hellip;</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Sussurra, poi grida. Lo tempesta di pugni rabbiosi. Finalmente piange.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Le lacrime gli scorrono lungo la corteccia. Il cuore dell&rsquo;uomo batte contro il fusto, il dolore dell&rsquo;uno e dell&rsquo;altro si raggiungono, s&rsquo;intrecciano e si fondono.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il tempo trascorre e l&rsquo;uomo resta l&agrave;. Lentamente, si abbandona alla forza che emana quel tronco possente. Appoggia una guancia alla corteccia screpolata. Le sue spalle smettono di sussultare. La stretta si ammorbidisce. Le braccia ricadono lungo i fianchi.</span></em><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span></em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Ora l&rsquo;albero sa. Felicit&agrave; e dolore abitano ovunque. Fanno parte della vita e lui deve &ndash; o vuole? &ndash; continuarla. Nonostante ci&ograve; che &egrave; stato. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Altre stagioni, tutte quelle che la montagna vorr&agrave; concedergli. Per scoprire, comprendere, ricordare.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">L&rsquo;uomo si ricompone e riprende il cammino.</span></em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&nbsp;</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il faggio scrolla con delicatezza le fronde e resta al proprio posto.</span> 
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal" align="center">
&nbsp;
</p>
&nbsp;&nbsp;</span> 
</description></item><item><pubDate>01/12/2010 </pubDate><title>LETTERE DA UN PADRE 2° premio edizione 2010</title><description>Raccontata da: Ilaria Tuti<br/><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><u>Secondo&nbsp;classificato</u></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"> premio di narrativa &quot;in viaggio nelle parole&quot; edizione 2010 <span style="font-family: 'Kristen ITC'; color: #cc99ff; font-size: 16pt"><font size="2"><font face="arial,helvetica,sans-serif" color="#000000"><strong>Lettere da un padre</strong></font> </font></span><font size="2"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 11pt">di Ilaria Tuti <font size="2">di Gemona del <font color="#000000">Friuli</font></font></span></font> </span>
<p align="center">
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Kristen ITC'; color: #cc99ff; font-size: 16pt">Lettere da un padre </span></span>
</p>
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Dodici lettere, ben aperte davanti a me, sul letto. La tredicesima l&rsquo;avevo ancora in mano.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Gli occhi la scorrevano da cima a fondo, per l&rsquo;ennesima volta, a tratti increduli, altri rabbiosi, ma gi&agrave; da un pezzo lucidi di lacrime. Pap&agrave; stava mettendo a dura prova i miei nervi, avrei tanto voluto averlo l&igrave; per dirgli chiaro e tondo che cosa ne pensavo del suo <em>sense of humor </em>tipicamente inglese.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Purtroppo, non era possibile e la rabbia me la dovevo<em> </em>sbollire in altro modo.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Pap&agrave; era morto due settimane prima. Vorrei tanto poter dire all&rsquo;improvviso, per scaricare un po&rsquo; di sensi di colpa, invece non &egrave; cos&igrave;. Era malato e io non lo sapevo. Ho continuato a fare la mia vita a mille miglia di distanza. Indaffarata, come sempre.</font> 
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText">
<font face="Times New Roman" size="3">Perch&eacute; non me lo aveva detto maledizione? Avrei preso il primo aereo. Forse. S&igrave;, perch&eacute; i nostri rapporti non erano buoni. Da parte mia, bisogna dirlo, perch&eacute; lui aveva fatto l&rsquo;impossibile per riconquistarmi, dopo la separazione dalla mamma. Erano passati quindici anni da quando se ne era andato via da Londra, io all&rsquo;epoca ne avevo pi&ugrave; o meno dodici e dopo tutto questo tempo, ancora lo detestavo. La sua pazienza nel mendicare il mio amore sembrava infinita e pi&ugrave; lui mi apriva le sue braccia, pi&ugrave; io mi allontanavo, indifferente. Non c&rsquo;era traccia del suo dolore in quelle lettere, eppure doveva averne provato tanto, in tutti quegli anni.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">La mamma aveva organizzato il funerale da Londra, efficiente come sempre. Non che fosse stato difficile, pap&agrave; aveva lasciato istruzioni talmente chiare e precise su come&hellip; su come organizzare la pi&ugrave; pacchiana, chiassosa e colorata festa che avessi mai visto, nella palestra dell&rsquo;unica scuola del paese che era diventato la sua casa. Se ne era andato a vivere in Toscana, quando lui e la mamma avevano deciso di dividere le loro strade. Per il suo commiato d&rsquo;addio non si era fatto mancare proprio nulla, dallo spumante che scorreva a fiumi, alle ballerine brasiliane, arrivate direttamente dal night club dietro l&rsquo;angolo, sospettavo (erano un po&rsquo; troppo pallide per sembrare sudamericane e l&rsquo;accento rimandava a tutte le lingue del mondo, tranne che al portoghese, ma n&eacute; io, n&eacute; la mamma, facemmo commenti). Neanche a dirlo, eravamo le uniche vestite di nero e quel particolare stonato mi fece sprofondare dalla vergogna, perch&eacute; era chiaro come il sole che l&igrave; dentro, in mezzo a quella cagnara di centinaia di persone, eravamo davvero le uniche a non conoscerlo veramente.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">D&rsquo;accordo, mio padre era sempre stato un tipo originale, per essere gentile. Io avrei detto <em>fuori di testa</em>. Be&rsquo; no, nemmeno questo &egrave; corretto. Non era sempre stato matto. Me lo ricordo, quando ero piccola, elegantissimo nei suoi completi di taglio sartoriale, uscire da casa per andare nella <em>city</em>. Lui e mamma erano soci di uno degli studi legali pi&ugrave; famosi di Londra, ma poi quel sodalizio si ruppe, assieme al matrimonio. Fu da quel momento che lui inizi&ograve; a fare cose strane. Gli abiti eleganti finirono dentro i sacchi per la spazzatura, destinazione raccolta per i bisognosi e lui perse la ragione, vestendosi come un <em>hippy</em> o come un <em>bohemienne</em>, secondo l&rsquo;umore. E inizi&ograve; a viaggiare, tanto. Dio come mi vergognavo quando mi veniva a prendere a scuola con i sandali tibetani ai piedi. Lo ricordo ancora con terrore.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Eppure, tra tutte quelle persone che erano l&igrave; a <em>festeggiare </em>la sua dipartita (come da lui espressamente richiesto), nessuno accenn&ograve; alla sua evidente pazzia. Avevo passato nella sua tenuta nella campagna senese un mese ogni estate, fino ai diciotto anni. Ovviamente, costretta dalla mamma. Poi le mie visite si erano diradate, fino a cessare negli ultimi due anni. Con mio padre avevo imparato l&rsquo;italiano, per pura sopravvivenza in quel mondo agreste, dove nessuno sembrava conoscere l&rsquo;inglese. Ora le parole di quelle persone mi turbinavano nella mente, descrivendo centinaia di aneddoti di cui lui era il protagonista indiscusso. E indiscutibilmente amato. Li sentivo raccontare, ridendo, a volte piangendo e potevo quasi toccare il loro dolore, nascosto dietro quei volti sorridenti, cotti dal sole e dal lavoro nei campi. Mi facevano toccare mio padre, dopo anni in cui mi ero rifiutata di vederlo, accampando mille scuse e trincerandomi dietro un muro d&rsquo;indifferenza.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Fu a quella strana festa che l&rsquo;avvocato di mio padre ci avvicin&ograve;. Era stato lui a informarci della morte, con una breve telefonata nel cuore della notte. Era l&igrave; con lui. Lui c&rsquo;era.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font size="3"><font face="Times New Roman"><em>Lui </em>era Michael, una decina d&rsquo;anni pi&ugrave; di me, americano, perennemente accigliato, quasi quanto me. Era arrivato in Italia per una vacanza e non se ne era pi&ugrave; andato. Naturalmente mio padre lo adorava, forse proprio per quella pazzia con cui si era cambiato la vita. Non potevano essere pi&ugrave; diversi loro due, eppure mio padre lo guardava con uno scintillio negli occhi che sapeva tanto di ammirazione. Lo incontravo spesso durante le mie vacanze e ogni volta mi chiedevo che cosa li accomunasse tanto, quando li sentivo ridere di gusto durante le loro serate estive, fatte di eterne partite a scacchi di fronte ad un bicchiere di Chianti. Una volta lo chiesi a mio padre, ma lui mi guard&ograve; malizioso e rispose enigmatico <em>se te lo dicessi, Michael mi ucciderebbe</em>.</font></font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Con questo Michael avevo sempre e solo scambiato fredde frasi di circostanza. Non mi piaceva come mi guardava, mi faceva sempre sentire a disagio, come se dovessi sentirmi in colpa per qualcosa. Quindi mi si gel&ograve; il sangue quando mi venne vicino e accettai le sue condoglianze rigida come un paletto. Non ascoltai nemmeno quello che si dissero lui e la mamma e mi ripresi solo quando mi mise sotto gli occhi la busta color lavanda, pregandomi di leggerla quella sera stessa. E lo disse come se da quello dipendesse la sua stessa vita.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Era la lettera numero uno. Ce ne sarebbero state altre tredici, portate una al giorno, al tramonto, da una persona di fiducia cara a mio padre.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Dunque, cosa mi aveva scritto? Nulla di quello che ci si potrebbe aspettare. Anni e anni di lontananza, incomprensioni a non finire, accuse (mie), tentativi di ricominciare (suoi) e lui come iniziava? Come? Cara Elizabeth? Tesoro mio? Perdonami? No.</font> 
</p>
<em><font size="3"><font face="Times New Roman">Helly! Togliti quel broncio (ti invecchia), mettiti comoda e prenditi una camomilla: ho molte cose da chiederti. Sappi fin d&rsquo;ora che non ti piaceranno e che non potrai dirmi di no (sono morto, e questi sono i miei ultimi desideri).</font></font></em> 
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Saltai la parte centrale (pi&ugrave; tardi, mi dissi, dopo aver preso un calmante).</font> 
</p>
<font size="3"><font face="Times New Roman">Finiva con un <em>P.S. La mamma pu&ograve; andare, dalle un bacio per me.</em></font></font> 
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Piansi. Tantissimo. Non era ci&ograve; che mi aspettavo. Nemmeno nei miei peggiori incubi avrei immaginato un finale del genere, cos&igrave; grottesco e&hellip; e?</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Evidentemente la pazzia era congenita, perch&eacute; restai. Per la prima volta da anni, chiamai la compagnia per cui lavoravo nell&rsquo;ufficio affari legali e mi presi due (due!) settimane di ferie. </font>
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">In fondo, aveva ragione. Era morto ed io non potevo dirgli di no.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Pur essendo pazzo, aveva le idee chiare. Le lettere non erano altro che lunghissime liste della spesa di desideri, che proprio non riuscivo a comprendere, per quanto mi sforzassi di trovarvi una logica. Impossibile ricordare esattamente tutto ci&ograve; che mi fece fare. Ero sempre impegnata, mi lasciava &ldquo;libere&rdquo; solo due ore di pomeriggio, appena dopo pranzo, in cui dovevo fare <em>siesta</em>. Dovevo. Il primo giorno le passai a fissare il soffitto della mia camera, ascoltando il chiasso delle cicale, rabbiosa, ma i giorni successivi dormii, cos&igrave; profondamente che Lisa, la cuoca-governante tutto fare, dovette tirarmi gi&ugrave; dal letto ogni volta. Non avrei mai creduto di essere cos&igrave; stanca! Per il resto, ogni minuto era impegnato. Mi chiese e ottenne che accompagnassi Francesca &ndash; la figlia di Pietro il giardiniere &ndash; alla scuola estiva ogni mattina (non andavo pazza per i bambini e poi lei era del genere peggiore: i <em>so tutto io</em>!) poi Luca, l&rsquo;autista, mi accompagnava al mercato a fare la spesa e mi ritrovavo a vagare per le strette vie di acciottolato carica come un mulo. Pranzi e cene erano sempre in compagnia, a casa di mio padre (dovevo cucinare io, che non sapevo nemmeno bollire un uovo) o da qualche suo caro amico e famiglia. Pure il parroco! Credevo che pap&agrave; fosse profondamente anticlericale, invece scoprii che aveva finanziato lui il campo di calcio dietro la sacrestia. Be&rsquo; forse non poteva proprio considerarsi un atto di fede, ma fatto da lui&hellip;</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">I miei incontri con il suo piccolo, eterogeneo, pittoresco mondo italiano erano sempre preceduti da una lettera che pap&agrave; aveva scritto al suo caro amico di turno, raccontandogli qualcosa di me (sempre aneddoti imbarazzanti!) e suggerendo qualche argomento di conversazione. Terminava immancabilmente con un <em>abbraccia la mia figliola come se fosse la tua, come se fossi io a farlo.</em> E quelli lo facevano davvero! Signore! Le prime volte pensai di morire, poi mi abituai e mi ritrovai anch&rsquo;io a stringere quelle schiene spezzate dalla fatica, ma cos&igrave; solide e rassicuranti. Non sono mai stata abbracciata tanto, n&eacute; ho mai abbracciato tanto in vita mia, come in quei giorni.</font> 
</p>
<font size="3"><font face="Times New Roman">Cenai anche con Michael. Ebbene s&igrave;, mi tocc&ograve; fare anche quello. Il fattaccio accadde in un ristorante di Firenze, che in altre circostanze avrei definito romantico. Lui ovviamente non mi abbracci&ograve; come gli altri. Per fortuna non reggo l&rsquo;alcol e al secondo bicchiere di vino mi sembr&ograve; addirittura affascinante. Al terzo, iniziai a parlare, parlare, parlare e poi ridere, tanto. La sua espressione mut&ograve; e a fine serata non era pi&ugrave; accigliato. No, era <em>allibito.</em></font></font> 
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">In due settimane ingrassai di cinque chili, le occhiaie scomparvero e le sopracciglia si rilassarono, facendomi perdere quell&rsquo;aria da eterna arrabbiata. Mi abbronzai pure (incredibile!).</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Nel grande ingresso di casa c&rsquo;era un enorme specchio barocco, tutto dorato, che rifletteva giorno dopo giorno la mia trasformazione. Dieci giorni dopo il mio arrivo stavo correndo gi&ugrave; dalle scale con Francesca in braccio, perch&eacute; cos&igrave; avremmo fatto pi&ugrave; in fretta (sarebbe stato il terzo ritardo che le facevo fare a scuola) e quando passai davanti allo specchio, mi bloccai, sgomenta. Con il fiatone, tutta scarmigliata e il viso arrossato, mi stringevo la bimba al petto. Guardai le sue braccia allacciate al mio collo e scoppiai a piangere senza motivo, con lei che gridava perch&eacute; le bagnavo il vestitino bello. Ed io la strinsi ancora di pi&ugrave;. In fondo, mi piaceva. Mi ricordava me, alla sua et&agrave;. Non la portai a scuola. Andammo al mercato assieme, le comprai un vestitino nuovo e capii che le volevo bene.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">L&rsquo;orologio a cuc&ugrave; batt&eacute; le sei del pomeriggio ed io trasalii, ancora con la tredicesima lettera in mano. Non avevo tempo da perdere! Mi serviva l&rsquo;attrezzatura da trekking per l&rsquo;indomani!</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">&ldquo;Ci siamo quasi&rdquo; disse Michael, precedendomi su per la salita. Aveva cos&igrave; tanto (ma proprio tanto) insistito per accompagnarmi in quell&rsquo;ultimo desiderio di mio padre, nonostante lui non glielo avesse chiesto, che non avevo potuto dirgli di no. Non credevo che in Toscana ci fossero montagne cos&igrave; alte, su Discovery Channel mostravano sempre dolci, poetici, innocui declivi coperti di cipressi e ulivi. Arrancavo sotto il peso dello zaino, ma il mio cuore era ancora pi&ugrave; pesante, perch&eacute; con me c&rsquo;era la quattordicesima lettera, che potevo aprire solo in vetta. L&rsquo;ultima! Non volevo che finisse, ne volevo almeno altre mille! Ora capivo il piano di pap&agrave;. Era un piano, certo. Mi aveva aperto il suo mondo, guidandomi in quel viaggio nella sua anima, facendomi circondare dal suo amore. Si era preso cura di me, ancora una volta.</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">&ldquo;Siamo arrivati!&rdquo; Michael si volt&ograve;, guardandomi in un modo che mi fece stringere lo stomaco (ma era sempre stato cos&igrave; bello? E i suoi occhi cos&igrave; blu?).</font> 
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 70.9pt 4.0cm 10.0cm" class="MsoNormal">
<font face="Times New Roman" size="3">Non persi tempo. Mi liberai dello zaino e, ancora con il fiatone, dispiegai il foglio color lavanda, con mani tremanti.</font> 
</p>
<p>
<em><font size="3"><font face="Times New Roman">Amore mio grandissimo,</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">se in tutti questi anni ci ho visto giusto, ora non sei qui da sola.</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">Un giorno mi hai chiesto che cosa mi accomunasse a Michael, ora ti posso rispondere (non pu&ograve; pi&ugrave; uccidermi): tante cose, oltre l&rsquo;amore per te. Dagli una possibilit&agrave;, ok?</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">Questo &egrave; il mio testamento speciale (pi&ugrave; importante di quello ufficiale):</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">1) dammi dei nipotini (vedi punto sopra)</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">2) non rammaricarti, non essere mai triste per me e non guardarti indietro con rimpianto. Sappi che la tua rabbia mi ha inorgoglito, perch&eacute; mi gridava giorno dopo giorno quanto fossi importante per te. Mi hai fatto sentire come il grande amore della tua vita! E tu lo sei della mia.</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">Il tuo babbo ti vuole e ti vorr&agrave; sempre tutto il bene del mondo.</font></font></em><em><font face="Times New Roman" size="3">&nbsp;</font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">P.S. Non sono stato io a lasciarvi! &Egrave; stata la mamma a tradire me! La beccai una sera in ufficio, con Pete Jackson, te lo ricordi? Che scena! Fu allora che pensai: cambia vita Paul! Al diavolo le regole! Al diavolo il lavoro! Dio quanto mi sono divertito Helly! Ho v-i-s-s-u-t-o! Ti prego fallo anche tu! Vivi! Non potevo dirtelo Helly, la tua mancanza in questi anni &egrave; stata un enorme prezzo, che per&ograve; dovevo pagare, in fondo la mamma mi ha dato te.</font></font></em><em><font size="3"><font face="Times New Roman">Ma ora sono morto, quindi, veditela con lei! Pace e Amore.</font></font></em><em><font face="Times New Roman" size="3">&nbsp;</font></em>
</p>
<p>
<span><font size="3"><font face="Times New Roman">Guardai sgomenta il panorama mozzafiato che si apriva davanti ai miei occhi. S&igrave;, ora, per la prima volta da troppo tempo, mi sentivo in pace (alla mamma non ho mai detto nulla) e, b&egrave;, l&rsquo;amore c&rsquo;era sempre stato, pap&agrave; era <em>solo</em> riuscito a tirarlo fuori dal mio cuore arrabbiato.</font></font></span><span><font size="3"><font face="Times New Roman">Tornai a Londra il giorno dopo, con una lettera di dimissioni ben piegata nella borsa e una lunga lista di cose da fare, prima di trasferirmi in Toscana.</font></font></span><span><font size="3"><font face="Times New Roman">Avevi ragione pap&agrave;, la pazzia &egrave; una cosa meravigliosa.</font></font></span> 
</p>
</span>
</description></item><item><pubDate>01/12/2010 </pubDate><title>AL BUIO IL PENSIERO PRENDEVA VITA -1° premio edizione 2010</title><description>Raccontata da: Marco Pischiutti <br/><p>
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><u>Primo classificato</u></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"> premio di narrativa &quot;in viaggio nelle parole&quot; edizione 2010&nbsp;&nbsp;<span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt">AL BUIO IL PENSIERO PRENDEVA VITA di Marco Pischiutti di Gemona del Friuli.</span></span> 
</p>
<p align="center">
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt">AL BUIO IL PENSIERO PRENDEVA VITA</span></span></span> 
</p>
<p align="center">
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><em>Al buio</em></span></span></span>
</p>
<p>
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Al buio, Serena apr&igrave; gli occhi. Doveva alzarsi, e preparare il mangiare che Sebastiano si sarebbe portato via. Fuori, tutto taceva. &ldquo;E&rsquo; domenica, mi piace questo silenzio che sa di festa, di stare in casa, di non dover iniziare presto la giornata&rdquo;, pens&ograve;. Subito dopo sorrise: proprio oggi invece avrebbe dovuto alzarsi prima del solito, anche se non ne aveva nessuna voglia&hellip; &ldquo;Cosa vorr&agrave; dire?&rdquo; si chiese tra s&eacute;, sedendosi lentamente sul bordo del letto. Era ormai al nono mese, e gi&agrave; da un paio di settimane la Fulvia, che ne aveva fatti nascere a centinaia, le aveva detto che ogni giorno poteva essere quello buono. Accarezzandosi il pancione parl&ograve; alla sua creatura: &ldquo;Nemmeno tu hai molta voglia di muoverti, oggi. Non &egrave; certo questo il giorno buono, se ne parler&agrave; caso mai da domani&rdquo;, e ancora una volta sorrise. Alzandosi pass&ograve; davanti alla cameretta accanto, apr&igrave; la porta solo un pochino, giusto per guardarci dentro: Francesco e Giacomo, gli altri due suoi figlioli, dormivano tranquilli. Arrivata in cucina, and&ograve; alla finestra. L&rsquo;apr&igrave;: era una notte di aprile, e il dolce calore della primavera le fece chiudere gli occhi, e respirare l&rsquo;aria che sapeva di vita, di inizio. &ldquo;In questa dolcezza i profumi sembrano trovare la strada per viaggiare dappertutto&rdquo;, disse tra s&eacute;, ancora ad occhi chiusi, stupendosi un poco per questa sua particolare vena poetica. &ldquo;Chiss&agrave; se le api e gli insetti seguono proprio le stesse vie&hellip;&rdquo; Le sembrava strano, ma non voleva iniziare la giornata ai soliti ritmi, con i tempi scanditi dalle tante cose da fare: appoggiandosi al davanzale, pens&ograve; a Elena. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Sua sorella, ora cos&igrave; lontana, le mancava. L&rsquo;aria di quella mattina le ricordava la loro infanzia, e i loro giochi; si lasci&ograve; trasportare dai ricordi, e riascolt&ograve; i discorsi della sera, sussurrati da un letto all&rsquo;altro, sottovoce, prima di addormentarsi. Discorsi che man mano, con gli anni, si facevano sempre pi&ugrave; seri, complicati, da &ldquo;grandi&rdquo;, ma che mai avevano perso quella magnifica complicit&agrave; della confessione, dell&rsquo;affidare l&rsquo;una all&rsquo;altra ci&ograve; che stavano diventando. Al paese tutti ammiravano le due sorelle, per quella loro bellezza piena, rotonda, cos&igrave; immediata, vitale e sincera. Una bellezza che era anche lo specchio di un&rsquo;unione profonda, cresciuta insieme a loro, e rafforzata da tutto ci&ograve; che si erano ritrovate a vivere insieme. Avevano visto da vicino la guerra, arrivata quasi come un gioco ai loro occhi di bambine, ma che ben presto aveva assunto l&rsquo;aspetto e la paura di quegli sguardi stranieri dietro i quali si intravedevano nostalgie e speranze, forse tradite per sempre; e di quelle parole dure, impossibili da capire, che facevano abbassare gli occhi. E avevano dovuto sopportare la mancanza del pap&agrave;, che era spesso lontano perch&eacute; al paese il lavoro non si trovava, e lui doveva andarselo a cercare dove si poteva. Il pap&agrave;, cos&igrave; tenero e dolce con loro e con la mamma, che troppo poco aveva potuto farle ballare insieme, sulle sue ginocchia, mentre se le teneva strette con quelle mani forti, cantando loro le filastrocche con la sua voce calda e avvolgente. Era proprio felice per questa creatura in arrivo, pensava, doppiamente felice perch&eacute; ancora una volta stava vivendo, anche se a distanza, insieme ad Elena le stesse emozioni. Anche sua sorella, infatti, era incinta, e se n&rsquo;erano accorte praticamente insieme. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Serena trasal&igrave; sentendo Sebastiano arrivare: si era persa nei suoi pensieri e doveva ancora preparare la colazione e il pranzo da portare via.<span>&nbsp; </span>Esattamente quello che suo marito sottoline&ograve; arrivando in cucina: senza rimproverarla apertamente, ma con quel tono di disappunto nella voce che forse, alle volte, era anche peggio. Serena non metteva molto in discussione, in genere, questo tipo di rapporti tra uomini e donne. Le era stato insegnato cos&igrave;, e se suo marito, all&rsquo;alba di domenica, andava a divertirsi con la sua passione per la montagna, non importava se lei era alla fine della gravidanza: era giusto doversi alzare a preparargli colazione e pranzo al sacco. Perci&ograve; fu come sorpresa da se stessa quando si ascolt&ograve; dire al marito: &ldquo;Era cos&igrave; impossibile prepararti tutto da solo e lasciarmi a letto, almeno oggi?&rdquo;. Ovviamente non fu l&rsquo;unica ad essere sorpresa: suo marito la guard&ograve; per qualche istante, cercando di capire. Poi bofonchi&ograve; qualcosa voltandosi e andando verso il bagno, dando in qualche modo la causa di quanto aveva appena sentito alla gravidanza ormai agli sgoccioli. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Serena sorrise tra s&eacute;, e immagin&ograve; di raccontare tutto a Elena. Quante risate si sarebbero fatte! Di sicuro la sorella si sarebbe poi messa ad imitare l&rsquo;espressione stupita di Sebastiano, e chiss&agrave; cos&rsquo;altro sarebbe venuto fuori dal loro teatrino! </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Proprio in quel momento, sent&igrave; la sua creatura muoversi, dentro di s&eacute;. Era per&ograve; un movimento insolito, sembrava quasi stesse ridendo, l&igrave; dentro, dello stesso divertimento suo. E poi per qualche secondo ancora un paio di movimenti, ma non bruschi, come solitamente accadeva: stavolta erano lunghi, calmi e dolci, quasi come carezze. Si sent&igrave; felice, di quella serenit&agrave; semplice, esatta, che non ha confini perch&eacute; &egrave; tutta dentro di te. Sembra che nulla possa scalfirla, e anche se sai che &egrave; provvisoria non te ne importa: ci&ograve; che conta &egrave; poterla conoscerla, provarla, viverla.<span>&nbsp; </span></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Con questo stato d&rsquo;animo e con la sua praticit&agrave; di donna di casa, che a nemmeno 28 anni stava per avere il suo terzo figlio, prepar&ograve; il pranzo al sacco per la gita di Sebastiano. La sera precedente, prima di addormentarsi, aveva lasciato del pane avvolto in un panno inumidito: lo accompagn&ograve; con del formaggio, e ci mise anche un po&rsquo; di quel buon salame che l&rsquo;amico Gianni, sempre cos&igrave; generoso, ogni tanto regalava loro. Nel frattempo aveva riscaldato il brodo per la colazione e messo sul tavolo il pane del giorno prima, come piaceva a lui. </span></span></span></span>
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<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il pensiero</span></em></span></span></span>
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<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><em></em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il pensiero, presente ormai da tempo e sempre pi&ugrave; frequente, arriv&ograve; subito dopo che Sebastiano usc&igrave; al richiamo dei suoi amici, dalla strada. &ldquo;Non c&rsquo;&egrave; due senza tre, sarai anche tu un maschietto&hellip;&rdquo; cos&igrave; Serena disse ancora una volta al suo pancione. Il cielo iniziava ad illuminarsi, e il concerto dei merli e degli altri uccellini, nei giardini vicini, le arrivava dalla finestra lasciata ancora aperta. Spense la luce: le sembr&ograve; un&rsquo;ottima idea stare l&igrave;, seduta in cucina, nella luminosit&agrave; pian piano sempre pi&ugrave; evidente del giorno che stava iniziando, a parlare con il suo bambino. &ldquo;Oggi possiamo stare un pochino pi&ugrave; tranquilli, abbiamo del tempo tutto per noi. Magari possiamo immaginare insieme che cosa ti riserver&agrave; il futuro&hellip; cercare di pensare a quale sar&agrave; il tuo viaggio in questa vita, che &egrave; gi&agrave; iniziata, anche se nessuno ti ha ancora visto, figlio mio&hellip; di sicuro crescerai in buona compagnia, avrai due fratelli con cui poter giocare&hellip; e litigare&rdquo; si scopr&igrave; a sorridere. &ldquo;E poi ci saranno i tuoi cugini e la zia Elena che ci verranno a trovare ogni estate, e che ti racconteranno del bellissimo posto in cui vivono, vicino al mare, dove fanno nascere e crescere tanti fiori, coloratissimi e meravigliosi&hellip; Vedrai, andremo a trovarli,<span>&nbsp; </span>a vedere quella bellissima citt&agrave;! Spero di accompagnarti in un&rsquo;infanzia spensierata e felice, piccolo&hellip;&rdquo;. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Cos&igrave;, da un pensiero ad un altro, Serena si sent&igrave; pervadere da un&rsquo;emozione strana. Le piaceva, perch&eacute; dentro c&rsquo;era l&rsquo;amore che lei sentiva per la sua famiglia, per i suoi figli: un amore che si stava rafforzando con quest&rsquo;ultimo bimbo che stava per arrivare. Ma c&rsquo;era anche della nostalgia, del rimpianto, una sensazione che la faceva struggere un pochino, che le dava un senso di perduto, di qualcosa che aveva potuto tenere tra le mani ma che, senza accorgersene, se n&rsquo;era poi scivolato via. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Raccontando, e allo stesso tempo rivivendo, come lei e Sebastiano si erano conosciuti e subito innamorati, a Serena parve di capire quel suo particolare stato d&rsquo;animo. Intu&igrave; la fragile eppure implacabile fugacit&agrave; del tempo, della vita che trascorre; e seppe subito che era questa l&rsquo;emozione, cos&igrave; particolare, che stava ancora provando. Le venne istintivo lasciarsi trasportare da questa sensazione un po&rsquo; malinconica, e si ritrov&ograve; cos&igrave; a sussurrare i suoi ricordi al piccolino, come un tempo raccontava ad Elena le sue giornate, le sue emozioni, quanto le era accaduto durante il giorno. E mentre parlava, il piccolo dentro di lei sembrava seguire l&rsquo;onda morbida e placida della sua voce. Pareva accompagnare quell&rsquo;emozione cos&igrave; particolare, che trovava corpo nelle parole di Serena, con quei movimenti che sembravano accarezzarla da dentro, quasi a consolarla, e a farle sentire che lui era l&igrave;, con lei. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span>&nbsp;</span><span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </span><em>Prendeva vita</em></span></span></span></span>
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<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Prendeva vita, con le parole, qualcosa che Serena poteva quasi toccare; era come, pens&ograve;, disegnare e costruire una scatola, che immagin&ograve; come la bellissima scatola di latta, tutta fiori e colori, in cui la mamma metteva i biscotti che preparava per lei e la sorella.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Disse al bimbo che nella sua scatola di latta, anche lei voleva metterci dei biscotti, forse (sorrise tra s&eacute;) altrettanto preziosi di quelli della mamma. Voleva metterci quello che lei sapeva della felicit&agrave;, di come basti poco per sentirla vivere dentro di s&eacute;, e di come basti alle volte uno sguardo, un sorriso per provarla. Oppure di come talvolta arriva che non te l&rsquo;aspetti, di fronte ad un tramonto spuntato all&rsquo;improvviso: o magari mentre sorprendi, e ti sorprende, un uccellino posato l&igrave; su un ramo, a qualche metro da te, in quel brevissimo attimo in cui i tuoi occhi si incontrano con i suoi. E poi ancora di come il mondo sia pieno di cose brutte come la guerra, e di quanto bisogna essere forti dentro, per affrontarlo; di quanto amore c&rsquo;&egrave; bisogno per poterlo fare. &ldquo;Figlio mio, vorrei che lungo la tua strada potessi portare sempre con te la mia scatola di latta, e soprattutto vorrei che ci fossero sempre, dentro, biscotti che possano aiutarti a soddisfare i tuoi bisogni, la tua fame di sapere, le tue domande, la tua ricerca della felicit&agrave;&hellip;&rdquo;. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Illuminata dalla luce del giorno ormai fatto, Serena continu&ograve; a parlare al bimbo, che sentiva muoversi dolcemente dentro di lei, e che le pareva la stesse ad ascoltare. A poco a poco, frase dopo frase e parola dopo parola, ebbe sempre pi&ugrave; chiara la percezione di ci&ograve; che stava facendo. Attraverso le parole e i ricordi, raccontando le sue emozioni, stava accompagnando il bambino nel viaggio della sua venuta al mondo. La sgomentava un poco pensare a tutto ci&ograve; che la vita avrebbe potuto riservare al suo piccolo, al dolore che, prima o poi, lui avrebbe dovuto affrontare; ma anche se ancora giovane era una donna pratica, e sapeva che alla sofferenza e alle difficolt&agrave; ci si abitua, che in ogni caso tutte le esperienze, diceva tra s&eacute;, ti fanno crescere, e andare avanti. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Mentre raccontando riviveva i momenti pi&ugrave; intensi della sua vita, e cos&igrave; facendo regalava alla sua creatura e di nuovo a s&eacute; stessa le emozioni che aveva vissuto, sapeva di prepararla al primo e poi ai tanti respiri che, si augurava, ne sarebbero seguiti.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Tra un racconto e l&rsquo;altro sussurrato al suo bambino, prepar&ograve; il necessario per l&rsquo;ospedale. Mand&ograve; a chiamare sua madre, che venisse a badare a Francesco e Giacomo. Quando lei arriv&ograve;, la tranquillizz&ograve;: le disse che era sicura che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi. Calm&ograve; anche la vicina che, preoccupata, si offriva di accompagnarla.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Prese la borsa con la vestaglia e i vestitini da bimbo, che aveva gi&agrave; pronti, e si avvi&ograve; a piedi, da sola, verso il vicino ospedale. Camminando piano si sentiva tranquilla e sorrideva, mentre le sembrava di tenere il suo bimbo mano nella mano, per la via. Non smise mai di parlargli lungo il breve tragitto fino all&rsquo;entrata dell&rsquo;ospedale.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Era una dolcissima domenica di primavera, in un aprile di un po&rsquo; di anni fa. Gli alberi da frutto, i cespugli e i prati erano un&rsquo;esplosione di colori, e l&rsquo;aria era piena degli odori che ridestano alla vita. Il sole splendeva gi&agrave; alto, e invitava gli uccelli a cantare la loro gioia; le api e gli altri insetti continuavano a seguire i profumi per trovare le loro strade. Gli occhi di mia madre che, sorridenti, mi guardavano, furono la prima cosa che vidi, venendo al mondo.</span></span></span></span> 
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</description></item><item><pubDate>01/12/2010 </pubDate><title>LA MUMMIA E LO SCARABEO - 3° premio edizione 2009</title><description>Raccontata da: Alberto Arecchi <br/><p>
<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"><u>Terzo&nbsp;classificato</u></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt"> premio di narrativa &quot;in viaggio nelle parole&quot; edizione 2009 </span><font size="2">(di Alberto Arecchi di Pavia)</font> 
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<span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; LA MUMMIA E LO SCARABEO&nbsp;</strong></span><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt"><strong>&nbsp;</strong></span>
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<span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&ldquo;Datemi una parola che mi faccia ritornare in vita&rdquo;. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Si racconta che gli antichi Egizi conoscessero parole capaci di sollevare enormi massi e farli galleggiare nell&rsquo;aria, come i palloncini dei bambini. Cos&igrave; sono state fatte le piramidi. Avresti dovuto vedere&hellip; i maghi sollevavano i massi, gli operai li squadravano per aria, con gli scalpelli, li muovevano in un rapido palleggio, li facevano roteare per controllarne la lavorazione. Infine, s&rsquo;impilavano i massi, come scatolette di pelati in un supermercato. Era possibile costruire enormi montagne di pietra in breve tempo. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Un altro metodo ricorreva all&rsquo;opera dei roditori mangiapietre, una piccola specie animale, ormai estinta, che aiut&ograve; enormemente gli antichi costruttori ad erigere le loro meraviglie, opere che hanno sfidato tutte le angherie del tempo. I mangiapietre erano animali simili a formichieri, della taglia d&rsquo;un cane di medie dimensioni, con un pelo ispido e corto di color ocra o fulvo, fatto per mimetizzarsi tra le sabbie. In effetti, essi vivevano in origine nel deserto, dove non trovavano molto cibo, e si erano specializzati nel rosicchiare sabbia e frammenti di tenere rocce calcaree, per irrobustire il proprio organismo, attraverso una complessa trasformazione alchemica. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">I sacerdoti e gli architetti erano capaci di addomesticarli. Li allevavano in vasti recinti, adiacenti ai templi, e li impiegavano nella costruzione delle gigantesche piramidi. Gli animaletti venivano sguinzagliati nelle cave di pietra, dove si nutrivano di tutti i frammenti, gli scarti di lavorazione di statue e colonne, i ciottoli e la sabbia che trovavano sparsi qua e l&agrave;. Poi gli architetti provvedevano al trasporto dei mangiapietre sul sito della piramide da costruire, verso le posizioni pi&ugrave; utili, per il funzionamento del cantiere. Gli esperti di archeologia pensano che bastassero gli escrementi di poche centinaia di mangiapietre per costruire, in una sola giornata, due o tre giganteschi blocchi di conglomerato calcareo.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">I cantieri delle piramidi, che i nostri storici immaginano freneticamente animati da schiavi, impegnati a trasportare blocchi giganteschi, erano in realt&agrave; tutto un formicolio d&rsquo;animaletti, che depositavano le loro feci. Come potete ben immaginare, il cantiere delle piramidi pullulava anche d&rsquo;una quantit&agrave; innumerevole di scarabei stercorari, che andavano su e gi&ugrave; per i pendii, arrotolando in continuazione palline di pasta calcarea.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Il segreto dei mangiapietre era ben mantenuto, nessuno poteva rivelarlo, sotto pena della morte&hellip; era proibito raffigurare il prezioso animaletto, non si poteva neppure nominarlo. La sua esistenza era monopolio assoluto d&rsquo;una casta di maghi e sacerdoti, che tenevano ben stretti i loro segreti, ed &egrave; perci&ograve; che nessuno di voi, oggi, sa nulla di tutto ci&ograve;. Non erano questi, per&ograve;, i soli segreti detenuti dai sacerdoti&ndash;maghi. Non erano le sole stranezze di quella natura primordiale, che l&rsquo;uomo cercava di dominare con l&rsquo;esercizio delle proprie capacit&agrave; di conoscenza. I maghi conoscevano bene l&rsquo;uccello&ndash;specchio, una specie di gallinaceo dal piumaggio riflettente. L&rsquo;aspetto di quei volatili li rendeva simili, da lontano, alle sfere, rivestite di specchietti, che riflettono le luci in mille macchiette rotanti, nelle moderne discoteche. I sacerdoti li usavano per avere la luce sino alle estremit&agrave; pi&ugrave; profonde, all&rsquo;interno di cunicoli stretti e profondi. Solo cos&igrave; si potevano dipingere le scene funerarie negli antri oscuri delle piramidi. Naturalmente, i sacerdoti egizi non pensavano minimamente di creare un rompicapo per le generazioni del lontano futuro, perch&eacute; erano quasi certi che nessuno avrebbe violato i corridoi segreti. Tutte le loro energie erano rivolte unicamente al mondo dell&rsquo;Aldil&agrave;.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Mangiapietre, scarabei, uccelli&ndash;specchio&hellip; quello che voi immaginavate essere un cantiere pieno di schiavi al lavoro, sotto il sibilo delle fruste di feroci aguzzini, si &egrave; rivelato essere una specie di giardino zoologico, un circo, nel quale la presenza degli uomini si limitava a quelle che noi oggi definiremmo &ldquo;funzioni di controllo ecologico&rdquo;. Certamente, per&ograve;, gli uomini osservavano le stelle, calcolavano, progettavano le enormi strutture delle piramidi e programmavano tutto il lavoro di cantiere. Lo studio costante della magia e dell&rsquo;alchimia permetteva ai maghi&ndash;sacerdoti una conoscenza ed un controllo sempre pi&ugrave; accurati delle potenzialit&agrave; offerte dalla natura.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">&ldquo;Ero l&rsquo;assistente d&rsquo;un mago che sperimentava le formule d&rsquo;alchimia e le parole magiche, prima di brevettarle. Accadde un guaio. Un piccolo incidente di percorso, lungo la strada dell&rsquo;umanit&agrave;, ma un fatto grave, per chi ne rimase vittima. Non mancavano gli errori. Esplosioni, cadute indesiderate&hellip; il laboratorio sembrava un teatro di guerra. Una volta, il mago ha sollevato un intero armadio pieno d&rsquo;armi di bronzo, ma si era dimenticato di chiuderne lo sportello. Puoi immaginarti che cosa &egrave; accaduto, quando l&rsquo;armadio s&rsquo;&egrave; inclinato ed il suo contenuto si &egrave; sparso dappertutto, con un clangore che ha fatto accorrere le guardie del Faraone, allarmatissime.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Un giorno il mio capo ha deciso di liquidarmi senza pagarmi il salario. Mi ha fatto trovare sul tavolo un bellissimo scarabeo di turchese, troppo bello perch&eacute; sapessi frenare l&rsquo;istinto di prenderlo tra le mani. L&rsquo;ho appoggiato proprio sul cuore. Mi sono ritrovato pietrificato ed esposto in un museo. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Lo scarabeo era l&rsquo;insetto magico del Libro dei Morti, simbolo del sole divino. Garantiva al defunto la pietrificazione del corpo e la vita eterna del doppio; ma per me, che non avevo ancora compiuto i miei giorni, s&rsquo;&egrave; tramutato in parola maledetta. Il mio mago &egrave; ormai ridotto in polvere da millenni, mentre io sono condannato a rimanere eterno, con la mente vigile, in un corpo incorruttibile. Da qualche secolo giaccio in questo museo, con lo scarabeo stretto tra le mani, appoggiato proprio sul cuore. Lo scarabeo di turchese &egrave; garanzia d&rsquo;eterna giovinezza ma trasforma il mio corpo in pietra. </span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Un&rsquo;altra parola mi servirebbe ora, per uscire dall&rsquo;incubo millenario. Una parola che non saprei pronunciare, ma si scrive con la figura d&rsquo;una pianta meravigliosa, un&rsquo;erba miracolosa, dotata di mille propriet&agrave; medicinali. Vi prego, ridatemi un corpo umano, vivente, che soffra, si laceri e si consumi. Mettete la pianta effimera al posto dell&rsquo;insetto divino. Per uscire dall&rsquo;incubo millenario mi serve una parola che non saprei pronunciare, ma che si scrive con la figura di un&rsquo;erba miracolosa, rara e quasi sconosciuta. Mettete la pianta effimera al posto dell&rsquo;insetto divino ed eterno. Datemi ancora un giorno di vita&rdquo;.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Questo rimuginava la mummia di Kheper, il capomastro delle piramidi, ma n&eacute; le sue labbra, n&eacute; i suoi occhi potevano esprimere tutta la profondit&agrave; dell&rsquo;abisso nel quale il suo essere si trovava. Viveva in una sorta d&rsquo;universo parallelo, come un limbo, dal quale poteva tutto osservare, ma senza interagire con il mondo dei mortali.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Un bambino, scolaro di terza elementare, entr&ograve; al Museo con la sua classe. Era curioso, come tutti i ragazzi della sua et&agrave;. Veniva da una scuola di campagna, in gita scolastica. Un filo d&rsquo;erba, tra i denti, gli aveva tenuto compagnia per tutto il viaggio. Un pacchetto di patatine (introdotto abusivamente nel Museo) reclamava il proprio turno nelle fauci del pargolo, e fu cos&igrave; che il filo d&rsquo;erba fin&igrave; distrattamente tra le mani della mummia. Che ne poteva sapere, il ragazzino, di un&rsquo;erba miracolosa? Come avrebbe potuto leggere e decifrare i geroglifici dipinti tra le fasce di lino?</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Fatto sta che quel filo d&rsquo;erba cominci&ograve; a lavorare. Oper&ograve; per tutta la notte. Raggi misteriosi, dei colori dell&rsquo;arcobaleno, si allargarono sopra il tetto del Museo, a formare una cupola raggiante, di mille tonalit&agrave;.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Una sera un sovraccarico nell&rsquo;impianto elettrico provoc&ograve; un incendio al Museo. La sezione egizia sub&igrave; gravi danni: tre mummie distrutte. Tra le rovine carbonizzate e fumanti, i pompieri ritrovarono uno scarabeo di pietra azzurrina, che emanava una strana fluorescenza. Insieme allo scarabeo c&rsquo;era un minuscolo filo d&rsquo;erba. Dopo un prudente esame della radioattivit&agrave; ambientale, l&rsquo;oggetto &egrave; stato prelevato con cautela e riposto in una vetrinetta, mentre si valutava l&rsquo;entit&agrave; dei danni subiti dal Museo.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Fu allora che un branco di duemila mangiapietre apparve dal nulla e si schier&ograve;, come un esercito organizzato. Senza bisogno di nessun comando, gli animaletti cominciarono a divorare i muri del Museo Egizio e del quartiere che lo circondava. Chi li vide, rimase inebetito ad ammirare la loro organizzazione. Qualcuno avrebbe giurato che ci fossero molti scarabei color turchese, a dirigere la turba dei famelici animaletti. Le bestiole diedero forma ad una piramide, al centro della citt&agrave;. La terza mattina, dopo il grande incendio, il sole che nasceva fece brillare la faccia orientale, bianchissima, del solido perfetto.</span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'; font-size: 10pt">Nessuno pot&eacute; mai scoprirlo con certezza, ma noi siamo convinti che sotto quella piramide, nel segreto recondito della camera funeraria, siano murate le spoglie immortali del costruttore Kheper.</span> 
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